FUORI PIOVE
Gettò uno sguardo fuori dalla finestra che lo separava dall’esterno e constatò che il cielo non prometteva nulla di buono. Molto probabilmente a pochi chilometri da li, le perturbazioni avevano già mostrato i loro effetti con qualche violento piovasco, o magari, vista la temperatura, con qualche fiocco di neve…
La lezione sembrava interminabile: come sempre, non accadeva nulla che la potesse interrompere anche solo per un istante. Tutti sembravano manovrabili burattini in mano alle persone che a turno stavano dietro la cattedra, un’ora dopo l’altra, quasi a darsi il cambio, stufi di comandare insulse bamboline senza anima e coscienza propria.
Non era il suo caso.
Il brusio che faceva da sottofondo non serviva a tirarlo su di morale, visto che nessuno gli stava rivolgendo la parola e tanto meno, qualcuno lo avrebbe ascoltato se mai ci fosse stato qualcosa di interessante da far sapere agli altri. Si sentiva emarginato, isolato, lasciato da parte dal resto delle persone che lo circondavano. Non chiedeva la totale attenzione, sarebbero bastate poche parole, un sorriso, uno sguardo che facesse scaturire la fantastica intesa che solitamente nasce fra i ragazzi…ma tutti erano troppo intenti a bisbigliare cose assurde e prive di ogni senso logico, verso altrettanto assurdi compagni.
Fuori pioveva.
Lentamente, quasi il cattivo tempo si fosse imprigionato dei loro animi, fra i ragazzi scese il silenzio, un silenzio che però si poteva udire nitidamente, un silenzio che silenzio non era, ma era un fievole fruscio, leggero a tal punto da essere sovrastato dal delicato stillicidio che dalle grondaie proveniva. Pareva quasi ipnotico.
Qualcosa però stava rompendo quell’incanto, un rumore giungeva da lontano, aldilà della parete che dava verso il corridoio. Erano ruote, piccole e cigolanti ruote, probabilmente di un carrello o qualcosa di molto simile.
Guardandosi attorno, Sephyr notò che era l’unico a farci caso, tutti gli altri stavano continuando con le normali azioni che macchinosamente eseguivano. Il rumore si faceva sempre più nitido: era chiaro che qualcuno stava percorrendo il corridoio portandosi a presso un altro oggetto, decisamente più pesante. Poteva quasi sentire la fatica che l’anonima persona faceva per trasportare quel piano su ruote. Il cigolio si intensificava ogni secondo di più e ormai era all’altezza della porta dell’aula di Sephyr.
La curiosità lo stava uccidendo, non poteva più restare seduto su quell’odiosa e scomoda sedia, doveva sapere, doveva vedere e soprattutto doveva capire perché solo lui pareva udire quel cigolio.
Chiese il permesso di uscire e in pochi passi era alla maniglia della porta. La aprì con un movimento deciso e si gettò in direzione del carrello che era appena passato: sul momento rimase sconcertato, quasi incredulo. Un uomo minuto, in camice bianco, stava trasportando un corpo apparentemente esanime su una barella da ospedale.
Sephyr era praticamente paralizzato. A cosa diavolo stava assistendo? Cos’era quello? Voleva delle risposte. Si avvicinò cautamente all’omino in bianco che stava spingendo il lettino e gli mise una mano sulla spalla per fermarlo, senza dare troppa attenzione al corpo.
Questo si girò di scatto e Sephyr vide che indossava una mascherina, di quelle tipiche da ospedale, bianca come il resto della tenuta, ma soprattutto bianca come gli occhi di quel pseudo-infermiere: la pupilla, unico punto di riferimento, faceva da centro dell’orbita a quegli orribili e cadaverici globi oculari.
Mancò poco perché rigurgitasse tutto lì dov’era, ma si fece forza e trattenne il conato.
In quel momento, il corpo che Sephyr credeva morto si mosse. Alzò un braccio e piegò leggermente la testa. Le labbra tremarono vistosamente, erano cianotiche, quasi stesse morendo per un freddo di cui non si conoscesse l’origine. Sul lungo cappotto nero che lo avvolgeva c’erano ancora dei fiocchi di neve, principalmente su spalle e colletto. Prima di perdere completamente i sensi pronunciò confuse parole: «Ehi…eh..rag..ragazzi…nev..nevic..». Non riuscì a finire che le forze lo abbandonarono.
L’omino in bianco, con un movimento fulmineo, urtò Sephyr che cadde all’indietro e cominciò a correre nella direzione opposta, sempre spingendo il lettino, e scomparve dietro l’angolo.
Il cigolio era sparito, quasi non fosse mai realmente esistito, e con lui se n’era andato anche il coraggio di Sephyr che si aggrappò al davanzale della finestra più vicina. Affacciandosi poteva vedere il monumento al centro della piazza.
Fuori il cielo era nero e continuava a piovere.
Una losca figura poggiava silenziosamente alla scultura commemorativa a braccia conserte. Sembrava un monaco, ma con qualcosa di estremamente sinistro.
Un bambino tra la folla gli si avvicinò e subito scappò urlando. Questo Sephyr lo vedeva benissimo dalla finestra dov’era affacciato. Cosa stava accadendo?
Si prese il volto tra le mani e cominciò a tremare, senza un motivo preciso. Quello che temeva era proprio il fatto di non potersi spiegare assolutamente nulla, di trovarsi nel mistero, in una realtà sconcertante e illusoria.
Improvvisamente avvertì una presenza che gli stava di fianco.
Le presenze divennero due, le percepiva distintamente, ma non ebbe il coraggio di staccarsi le mani dal volto e girare la testa per vedere se veramente c’era qualcuno vicino a lui.
I miliardi di pensieri che gli viaggiavano nella mente a velocità supersonica vennero bloccati all’istante quando una mano gli si posò sulla spalla: era grande e forte, di un uomo probabilmente. Contemporaneamente un’altra mano, questa volta più piccola e delicata, si appoggiò all’altra spalla e in quel momento aprì gli occhi.
La bocca gli si spalancò inconsciamente.
Alla sua destra stava una fata e alla sua sinistra un angelo. Ma c’era qualcosa che non andava: gli sguardi erano cupi, le espressioni maligne e tenebrose. Le ali di lui erano nere come la pece e il vestito di lei lo era altrettanto.
Lo stavano fissando immobili e solenni come statue. Sephyr non sapeva da che parte voltarsi a guardare e la sua testa si muoveva nervosamente in entrambe le direzioni, fino a che una voce dentro di lui non gli impose di fermarsi e fissare dritto davanti a sé. Così fece, con la fronte imperlata di sudore e le gambe che a stento lo sostenevano.
La paura dell’incomprensione.
I due esseri che lo circondavano pronunciarono tre semplici parole prima di sparire per sempre e porre fine a quell’incubo: rivolti verso Sephyr, dissero all’unisono:
«Mai nessuno capirà.»
Sephyr crollò in ginocchio con gli occhi pieni di pianto.
Fuori pioveva ancora.