AMNESIA

 

 

Senza preavviso sto vagando senza meta in un ambiente pressoché sconosciuto.

Non c’è luce, nessun sole splende alto sopra la mia testa, solo uno sfondo grigio e cupo, nemmeno rassomigliante ad un cielo: come dipinto su una superficie troppo irreale per sembrare credibile.

Perché sono qui? Forse quella davanti a me è una strada, ma sta piovendo. Solo ora me ne rendo conto.

Dev’essere notte. O magari un temporale.

Dentro sento di dover fare qualcosa, una sensazione che mi spinge ad agire, a chiedermi perché mi trovo in quel teatro plumbeo e assolutamente spoglio di altre persone.

Forse perché sta piovendo.

Dietro a me un cortile: grande, spazioso, quasi un parcheggio. Inesorabilmente vuoto.

Varcare il cancello, comunque aperto, non mi sembra una brutta idea. Poco distante scorgo dei cespugli, ma ci sono anche alberi, su di un verde ed elegante prato a collinetta.

Nascondono qualcosa. Forse una luce.

Mi affretto in quella direzione, tutt’attorno non un suono, nessun fremito, quasi una natura morta.

Dov’è finita la vita..?

Sono in prossimità di due alberi che chiudono la strada, ma mi faccio spazio e mi trovo davanti ad un enorme edificio: non è molto alto, non deve avere più di un piano, o almeno credo.

I muri sono alternati a grandi vetrate e a porte-finestre.

Riesco a  scrutare al suo interno. Nell’aria posso afferrare e toccare la malinconia, quasi un essere che si aggira fra le fronde degli alberi e mi accerchia, mi spia.

Ma resta fuori. La malinconia resta fuori: non riesce ad infiltrarsi tra i pori della pelle e giungere sino al cuore per renderlo mesto e pesante. Dentro le sensazioni sono diverse, estranee, non partecipi. Come disconnesso dalle emozioni.

Curiosità…forse.

La pioggia non mi bagna, c’è ed allo stesso tempo non esiste. Poco importa.

Niente mi impedisce di entrare, allora via, verso la porta, grande e bianca. Tutto cambia.

La sensazione di calore, colori caldi, rossi tappeti e parquet a terra, la pioggia non mi sfiora nemmeno più la mente e i ricordi.

Ci sono delle stanze, una portineria forse, indubbiamente alla mia destra un enorme auditorium, uno stanzone a gradoni che finisce con un palco. Vuoto anch’esso. Ma i pavimenti in legno penetrano fin dentro le ossa. Scaldano.

Fuori era così morto e freddo…fuori ero solo, ora invece…invece…Ma, dove sono tutti? 

Stupore. Alla ricerca.

Sto cercando qualcosa, qualcuno, ma non capisco il perché. Devo farlo, assolutamente. È l’obbiettivo nell’inconscio che mi spinge a proseguire. Un’ombra sinistra cresce nella mia testa: amnesia. Non ricordo, tutto è iniziato come in un sogno. La nebbia che lentamente si dirada, i pezzi di un puzzle che lentamente si ricompongono.

Mancano dei tasselli. Alla ricerca.

Verso la portineria, solo una barriera di vetro che si frappone tra me e una nuova stanza, presumibilmente vuota, o magari troppo piena per riconoscere qualcuno. Quindi vuota.

Chiedo un’informazione all’unica persona che riesco ad individuare. Se solo riuscissi anche a capire cosa sto chiedendo…sono solo parole senza senso, le sento appena, eppure sono mie, questo si.

Non ha importanza, le parole qui dentro somigliano alla pioggia là fuori: ci sono ma nessuno ne viene toccato. Normale…

Mi avvio verso una scala, attraverso l’auditorium aspettandomi di trovare qualcosa di simile a delle aule, stanze con file di banchi e di sedie, il tipico odore di disinfettante che impervia per i corridoi appena puliti, i muri di quei colori spenti e insignificanti, giallo tenue e bianco sporco, il peggior abbinamento. Dicono per incutere tristezza, per placare gli animi.

Invece no: di nuovo legno, caldo e confortevole color legno, moquette rosse che avvolgono gli spazi vuoti e il pavimento, la sensazione di posare i piedi sul velluto, di trovarmi in un castello, nella reggia di qualche signorotto.

Le stanze ci sono, certo, ma sono molto più simili a stanze d’albergo: letti a castello, piccoli cassetti anch’essi intagliati in massiccio legno, mensole e comodini. Sconcertante.

Il silenzio improvvisamente mi attanaglia, lo trovo quasi insopportabile. Insopportabile come l’idea che vago senza saperne il perché. Oh mio Dio, sto diventando psicopatico.

Ci sono nuovi piani, nuovi corridoi e nuove stanze. Esternamente pareva così basso. Tutto ciò è illogico e irrazionale. Ma devo proseguire.

Trovo delle valigie. Segno della presenza di altre persone. Quasi un colpo al cuore.

C’è uno spiraglio di speranza che si riaccende nel cuore, presto scoprirò lo scopo di questo insensato cammino. Forse…

La tensione resta alta, quelle valigie non hanno fatto altro che aumentare il battito cardiaco e impedirmi di ragionare lucidamente. Sono solo spinto a cercare, ora più freneticamente di prima. Rischia di trasformarsi in pazzia, persecuzione.

Di cosa poi…

Nuove stanze: c’è qualcuno steso su un letto, pare sorridere, mi osserva. Finalmente. Ecco la soluzione.

Mi sta parlando, sembra invitarmi a seguirlo e io non mi tiro di certo indietro.

Continua a sorridere, imbambolato. Come posso seguirlo se lui stesso resta fermo steso sul letto?

Tremendo sospetto.

Gli afferro una spalla per convincerlo ad alzarsi e guidarmi verso una meta che conosce solo lui.

Appena la mano sfiora la sua maglia sento che si sta bagnando, di un liquido caldo. Sangue.

Osservo la mano esterrefatto: è impregnata di sangue. Cosa sta succedendo?

Torno a guardare quella figura stesa sul letto a meno di mezzo metro da me e quasi svengo per l’orrore: nessun sorriso, quasi nemmeno un volto: devastato, in un mare di sangue e brandelli di tessuto, con le unghie piantate nel lenzuolo, rosso. Un sordo urlo agghiacciante. Così finiva la vita di quel poveretto.

Poco prima mi aveva invitato a seguirlo, l’ho sentito con queste orecchie, ho visto il suo sorriso con i miei occhi, l’ho toccato.

L’ho toccato.

Il solo pensiero mi dà il voltastomaco.

Su un comodino vedo una pistola: cosa ci fa lì? Non ha importanza, come troppe cose del resto. Ormai troppe cose. La prendo e me la infilo nella cintura. È imbrattata di sangue.

Corro a perdifiato per i corridoi che prima percorrevo in salita. Ora scendo le scale e attraverso le stanze che sembravano così calde e confortanti, color della terra e rosse. Rosse.

Solo ora capisco.

Capisco e corro sempre più in fretta.

Rieccomi allo stanzone, l’auditorium. È tutto come l’avevo lasciato, silenzioso, vuoto e totalmente innocuo.

Forse…un altro forse…

Vicino all’entrata, nei pressi della portineria ritrovo la persona che non molto prima mi aveva dato delle indicazioni, quelle parole che non avevo intuito, che sebbene udite non erano giunte sino al mio sistema nervoso. Ed è ancora lì: parla con un ipotetico interlocutore, le sue mani si muovono allo stesso modo di  quando dialogava con me.

Lo riconosco perfettamente, anche se non le ho capite, le parole che ora pronuncia sono le stesse che pronunciava prima. Lo stesso discorso, le stesse spiegazioni.

Con l’unica differenza che nessuno si trova di fronte a lei, e tanto meno nelle vicinanze. La vedo da circa una ventina di metri di distanza e da un’angolazione totalmente differente a quella che potrei avere se stessi parlando con lei.

Come una macchina, programmata per rispondere. Di nuovo. Si ferma un istante e ricomincia.

All’infinito.

I nervi sono ormai all’estremo della tensione, non riesco più a riflettere in modo adeguato.

Passo davanti a quella misteriosa e robotica persona cercando di non farmi notare, il più velocemente e silenziosamente possibile.

Sono praticamente alla porta d’uscita quando un urlo terrificante mi blocca ogni organo, anche il cuore per un istante. Un grido terribile, di dolore, sofferenza…tortura. Proviene da dietro.

Non ho nemmeno il coraggio di girarmi a guardare: so già quello che mi aspetta.

Raccapricciante.

L’odore di marciume e decomposizione arriva fino alle mie narici. Basta e avanza. Non voglio morire di paura.

Chiudo gli occhi, stringo i denti e afferro la maniglia per aprire la porta che mi separa dall’esterno.

Meglio quel plumbeo e malinconico spettacolo, che quest’obbrobrio sconcertante.

Sono fuori. Libero. Per quanto possa esserlo.

Mi fermo un attimo per riprendere fiato, non voglio guardare indietro. Non voglio.

Alzo lo sguardo, e ricevo il colpo di grazia.

Uno specchio, il primo da quando la mia mente ha ricominciato a ricomporre il puzzle che qualcosa come un’amnesia ha reso confuso.

Mi osservo, incredulo, ormai privato di tutte le speranze.

Quello che vedo non può essere vero, sto sognando, questo è un incubo. Un tragico e orribile incubo.

“NO”, una voce dal nulla, forte, seria, imponente.

“NON È UN INCUBO. SOLO UN ESPERIMENTO.”

La voce proviene dall’alto, da quel cielo che cielo non è. È finto, un tetto, una superficie, come prima mi era sembrato.

Capisco tutto.

Tutto quello che serve per prendere una decisione da cui non si può tornare indietro.

Crollo in ginocchio. La pistola è ancora li, dove l’avevo messa, ormai ha sporcato la cintura di sangue.

Dall’alto la voce sta ridendo, entusiasta, soddisfatta, fiera.

Una risata che riempie lo spazio e la mente.

L’ultima goccia.

Afferro la pistola e ripensando al corpo di prima, steso sul letto in un mare di sangue, ormai in preda alla totale pazzia, dico fra i denti: “Ora capisco dove volevi portarmi, tranquillo…Sto arrivando.”

Fuoco.

Esperimento riuscito.